Giovedì 11 dicembre abbiamo aperto le porte del nostro Teatro a Gianfelice Facchetti con il suo spettacolo Il grande Torino, una cartolina da un Paese diverso.

Oggi, con una partita di calcio trasmessa in televisione quasi ogni giorno, può sembrare strano capire quanto undici giocatori che inseguono un pallone possano diventare così importanti per un popolo, indipendentemente dai colori della loro maglia.

Dal 1942 al 1949, con cinque scudetti consecutivi, il Torino calcio conquistò un dominio sportivo tale che l’11 maggio 1947 la nazionale azzurra, che battè l’Ungheria 3 a 2, scese in campo con dieci giocatori granata su undici (stabilendo un record mai più eguagliato), con l’unica eccezione del portiere, proveniente dalla Juventus.

I meriti sportivi sono di pacifica evidenza anche agli occhi di chi sportivo non è o non apprezza il calcio.

Ma il Grande Torino è una squadra che passerà alla storia, non solo per i traguardi sportivi raggiunti, ma anche per il suo impatto sociale e politico sulla nazione.

Nel periodo post bellico, divenne simbolo di resilienza, termine oggi tanto caro, di una Italia che voleva rinascere, incarnando la speranza e la forza degli italiani sì feriti, ma non spezzati.

I granata giocarono partite per raccogliere fondi per la resistenza e si schierarono compatti, al momento del referendum, per votare la Repubblica contro la Monarchia.

Il loro mito è stato infine consolidato dalla morte improvvisa e inaspettata che, come capita spesso con i personaggi del cinema o della musica, porta via la vita ai giovani all’apice della loro carriera.

Una tragedia che lasciò letteralmente orfana l’Italia dei propri ragazzi, che le stavano facendo dimenticare gli anni bui della guerra.

Lo spettatore, entrando nel nostro bel Teatro, si è trovato davanti il palco aperto, Gianfelice Facchetti (sceneggiatore insieme a Marco Bonetto, regista e attore) non ha voluto puntare sulla sorpresa del sipario che si apre (che a noi, che lavoriamo dietro le quinte per mandare in scena gli spettacoli, ci ci fa sempre sentire un fremito alla bocca dello stomaco) ma ha deciso di mostrare subito la scena in cui l’intera storia si svolgerà.

Gli elementi che si possono scrutare sul palco sono minimal: un armadietto chiuso, una panca da spogliatoio e due valige.

Un cartonato di Valentino Mazzola, con le tipiche maniche rimboccate, verrà portato in scena durante lo spettacolo.

Non è necessario niente di più, la presenza scenica di Facchetti, con la sua voce profonda e sicura, un racconto emozionante e la musica potente dei Slide Pistons.

Durante lo spettacolo porteranno in scena diversi strumenti, ma sarà la tromba a lasciare il segno nel nostro animo.

Non è stata scelta a caso, Facchetti ha voluto ricordare il ruolo importante della tromba nei momenti difficili della squadra granata: il dodicesimo giocatore in campo.

Oreste Bolmida, capostazione a Torino Porta Nuova, usava proprio la sua tromba delle Ferrovie dello Stato per spronare i giocatori nei momenti di difficoltà, quando si sente forte la stanchezza o la palla sembra proprio non voler entrare in porta.

Le note della tromba davano la carica, per quello che sarebbe passato alla storia come “il quarto d’ora granata” contraddistinto da rimonte incredibili.

E’ uno spettacolo che si regge sulla semplicità e sull’impatto delle parole e delle note. Lo spettatore se ne accorge minuto dopo minuto mentre viene accompagnato nella storia di questa grande squadra.

Due i momenti più toccanti dello spettacolo.

Il primo, quando Facchetti ha chiamato uno spettatore dal pubblico a leggere i nominativi di tutti coloro che persero la vita quel giorno.

Si deve infatti ricordare che quel mercoledì 4 maggio 1949 alle ore 17.03 sul muraglione posteriore della basilica di Superga morirono ben 31 persone: l’intera squadra del Torino, i dirigenti, gli accompagnatori, l’equipaggio dell’aereo e tre noti giornalisti sportivi.

Il secondo è il racconto, sul finale, della storia di Aldo e Dino Ballarin.

Aldo, il più grande dei fratelli, terzino destro, alle porte della partenza per Lisbona chiede ai dirigenti di poter far salire anche Dino, terzo portiere. Era entrato in squadra solo due anni prima su consiglio del fratello maggiore.

Non giocò mai nessuna partita ufficiale con il Torino.

Per prassi, nelle amichevoli, i terzi portieri non andavano in trasferta, ma Aldo insistette molto, ci teneva che il fratello, che si allenava sempre con impegno, potesse condividere con la squadra quel viaggio. Insistette così tanto che riuscì  a convincere la società a includerlo nella rosa dei convocati.

Questa scelta fece sì che il secondo portiere, Renato Gandolfi, restasse a casa.

Uno strappo alla regola, uno sliding doors penserebbe un cinefilo, che ha segnato la vita e la morte di due ragazzi.

A maggio, il campionato però non era ancora finito.

Dovevano essere disputate ancora 4 partite con il Genoa, il Palermo, la Sampdoria e la Fiorentina.

I granata per questi ultimi incontri schierarono la formazione giovanile e le altre quattro squadre, in segno di rispetto, fecero lo stesso.

Al termine del campionato la Federcalcio proclamò il Torino campione d’Italia.

Fu il sesto titolo per i granata, il quinto consecutivo.

Il Grande Torino è uno spettacolo ricco: di storia, di sport e di musica.

Abbiamo visto qualcuno alzarsi dalla poltrona commosso, ricordando la passione del proprio padre per i granata.

A fine spettacolo Facchinetti, affiancato dai tre maestri, è sceso dal palco raggiungendo il pubblico: applausi, sorrisi e strette di mano hanno sancito un successo che è andato dritto in rete.